Pazienti “difficili” e diagnosi errate: è un rischio reale?

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Sono sicuro che a ognuno di noi sarà capitato più di una volta di affrontare un paziente “difficile”. Ma, attenzione, perché qui “difficile” non sta per un paziente dal quadro clinico particolarmente complesso raro e complicato: qui, “difficile” vuol dire un paziente che “fa il difficile” ovvero più semplicemente è “antipatico”.
Non sembri, questo, un editoriale dal taglio “estivo” e quindi volutamente leggero o addirittura scanzonato. Perché quando un paziente si mostra davvero antipatico, le cose potrebbero sul serio farsi complicate se non addirittura pericolose.
Un recente studio olandese (Schmidt H et al. 2016) ha confermato una sensazione che – sono sicuro – abbiamo provato tutti più volte nella nostra vita professionale: un comportamento antipatico può essere in grado di fuorviare il medico e l’Infermiere rendendo il lavoro di ciascuno più complicato e quindi, impedendo l’elaborazione corretta delle informazioni cliniche, condiziona il rischio di commettere un errore.
Lo studio rivela infatti, che oltre il 40% dei casi di pazienti “antipatici” hanno ricevuto diagnosi non corrette – o comunque lacunose – così come nel follow-up veniva riferita una difficoltà significativamente maggiore per affrontare le problematiche cliniche nella vita di tutti i giorni in relazione alla strategia terapeutica consigliata.
Alcune cause possono risiedere nella maggiore difficoltà di ricordare elementi clinici importanti, dal momento che il medico è impegnato a gestire un rapporto medico-paziente che può diventare conflittuale. Un maggior dispendio di energie intellettuali dunque, “impedisce ai medici di ricordare e di elaborare le informazioni in modo appropriato”. Altra causa potrebbe essere quella che il medico interpreti il comportamento del paziente “antipatico” come manifestazione di una scarsa o nulla fiducia in quel particolare medico ovvero nel Sistema Sanitario.
Dunque, distrazione del medico dai problemi del paziente da un lato e, dall’altro, paziente che distrae il medico manifestandogli sfiducia e contrarietà.
Quali rimedi e quali strategie mettere in campo? Prima di tutto, ammettere la presenza del problema con sé stessi, senza ipocrisie. Comunicare poi al paziente l’esistenza di una oggettiva difficoltà relazionale e chiedere i motivi del particolare atteggiamento del paziente stesso. Si spiegherà che un rapporto medico-paziente difficile, renderà a sua volta difficile il percorso diagnostico e terapeutico. Altre soluzioni possono essere trovate nell’affrontare il lavoro all’interno di un team, distribuendo le attività e contando su differenti personalità e su competenze diverse.
In ultimo, ma non per questo meno importante, è necessario che il Medico e l’Infermiere siano messi in condizione di trovare un lasso di tempo adeguato a costruire il proprio rapporto con questa tipologia di paziente.

Stefano Coaccioli
Editor in Chief
DOI: 10.19190/PNM2016.2ed59