La fibromialgia è una sindrome cronica complessa, caratterizzata da dolore diffuso, affaticamento, disturbi del sonno e difficoltà cognitive. Colpisce milioni di persone nel mondo, soprattutto donne, e riduce in modo significativo la qualità della vita. Nonostante le cause non siano ancora del tutto chiarite, da anni la ricerca guarda con crescente interesse al ruolo dell’infiammazione e dello stile di vita, in particolare dell’alimentazione.
Uno studio pubblicato sulla rivista Pain Medicine ha analizzato il legame tra dieta, intensità del dolore e gravità della malattia in 84 pazienti con fibromialgia seguiti in Turchia. I ricercatori hanno utilizzato il Dietary Inflammatory Index (DII), uno strumento che misura il potenziale infiammatorio della dieta sulla base dei nutrienti consumati, per verificare se un’alimentazione più o meno “infiammatoria” fosse associata ai sintomi della malattia.
I risultati sono chiari: più la dieta è pro-infiammatoria, più aumentano il dolore e la severità della fibromialgia. I pazienti con i punteggi DII più elevati riportavano livelli di dolore significativamente maggiori, misurati tramite scala analogica visiva, e un impatto più pesante della malattia sulla vita quotidiana, valutato con il questionario FIQR. L’associazione rimaneva significativa anche dopo aver corretto i dati per fattori come età, sesso, indice di massa corporea e composizione corporea.
Ma non è solo una questione di percezione del dolore. Lo studio ha osservato anche un legame tra dieta pro-infiammatoria e alcuni marcatori biologici di infiammazione, in particolare il rapporto tra acido urico e creatinina nel sangue, un indicatore sempre più studiato nei disturbi metabolici e infiammatori. Al crescere del potenziale infiammatorio della dieta, aumentava anche questo parametro.
Un altro elemento rilevante riguarda il peso corporeo. I partecipanti con diete più pro-infiammatorie tendevano ad avere maggiore peso, indice di massa corporea e percentuale di grasso corporeo. Un dato importante, perché il tessuto adiposo – soprattutto quello viscerale – è noto per produrre sostanze pro-infiammatorie che possono amplificare il dolore e peggiorare i sintomi della fibromialgia.
Dal punto di vista nutrizionale, le diete meno infiammatorie erano caratterizzate da un maggiore apporto di fibre, vitamine antiossidanti (come la vitamina C e la vitamina A), beta-carotene, ferro e magnesio, nutrienti tipici di regimi alimentari ricchi di frutta, verdura e alimenti vegetali. Al contrario, nelle diete più infiammatorie questi nutrienti risultavano significativamente ridotti.
Gli autori sottolineano che lo studio non consente di stabilire un rapporto di causa-effetto, trattandosi di un’analisi osservazionale. Tuttavia, i dati rafforzano l’ipotesi che l’alimentazione possa modulare l’infiammazione e, di conseguenza, la gravità dei sintomi della fibromialgia. Diete a carattere anti-infiammatorio, come quella mediterranea o prevalentemente vegetale, potrebbero quindi rappresentare un valido supporto alle terapie tradizionali.
In conclusione, lo studio suggerisce che intervenire sullo stile alimentare non significa solo “mangiare meglio”, ma potrebbe diventare una strategia concreta per ridurre dolore e disabilità nelle persone con fibromialgia. Serviranno studi clinici più ampi e controllati per confermare questi risultati, ma il messaggio è già chiaro: anche la dieta può fare la differenza nella gestione di una malattia complessa come la fibromialgia.
Ersoy Söke N, İnceöz H, Solmaz İ, Yardımcı H. Proinflammatory diet is associated with higher pain, disease severity and biochemical parameters associated with inflammation in fibromyalgia. Pain Med. 2025 Mar 1;26(3):131-139. doi: 10.1093/pm/pnae118. PMID: 39565919; PMCID: PMC11879218.
