Sulla questione delle pratiche di auto-cura

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L’editoriale di questo numero di Pain Nursing Magazine si apre con una riflessione di Giddens (1995) che scrive “quando vaste aree della vita di un individuo non vengono più organizzate da modelli e abitudini preesistenti, l’individuo è obbligato a contrattare le scelte che riguardano il proprio stile di vita. Inoltre, e questo è essenziale, queste scelte non sono degli aspetti semplicemente “esterni” o marginali del comportamento dell’individuo ma definiscono ciò che esso è. In altre parole, le scelte sullo stile di vita sono una componente della storia riflessiva dell’Io”.
Il tema del percorso e dell’intreccio salute-benessere-qualità di vita è particolarmente indicativo e del tutto attuale. In primo luogo, questo pone i punti di vista esperienziali e di vita quotidiana a confronto con quelli ambientali, sociali ed economici, mentre la salute – in senso ampio – è e diventa tanto progetto quanto scelta, mantenendo nel contempo talune dimensioni correlate e legate a fattori imprevedibili ed a limiti intrinseci. Da qui, la salute si inscrive all’interno di un progetto ideale in progress a partire da una situazione data. In secondo luogo, la promozione della salute, fatto salvi i cambiamenti di contesto, ha come substrati non soltanto i cambiamenti dello stile di vita, ma anche – e forse soprattutto – lo sviluppo di pratiche personali di autocura.
Fra le diverse pratiche che sempre più sono introdotte all’interno del più vasto contesto di auto-formazione (di auto-empowerment) troviamo la meditazione.
Se questo non può e non vuole essere il luogo per una disamina sul tema, la pratica della meditazione, e l’insieme delle tecniche che ne compongono la struttura e le modalità di realizzazione, hanno come obiettivi il mantenimento di un equilibrio personale, lo sviluppo di potenzialità intrinseche all’individuo praticante, un apprendimento in evoluzione durante le fasi della vita che sottendono ad un passaggio ovvero ad una fase critica.
La meditazione tende a sviluppare un contatto con il sé profondo e un’integrazione fra e nei livelli mente-corpo, al fine di trovare e potenziare le qualità intrinseche all’individuo sul piano dell’intuizione e della creatività, della consapevolezza e della capacità di giudizio, della percezione e delle dinamiche relazionali. Date queste caratteristiche, la meditazione rappresenta uno strumento utile alla persona sia in termini di introspezione e di consapevolezza del sé, sia in termini di capacità di accompagnamento riflessivo in un contesto ambientale tanto vario ed articolato, quanto – spesso – difficile e gravoso.
Da oltre due millenni, la pratica meditativa appare utile ed efficace anche in un contesto ampio di auto-cura e, nella nostra fattispecie, può rappresentare uno strumento utile in affiancamento alla medicina allopatica per il trattamento ed il controllo del dolore cronico. In questo ambito – e con questo obiettivo – il nostro gruppo ha realizzato un piccolo studio iniziale che ha ossevato una cohorte di soggetti thailandesi, residenti in Italia, che presentavano dolore cronico. Il gruppo è stato suddiviso in due sottogruppi in ragione dell’esperienza nella pratica meditativa. I risultati hanno documentato che i meditanti esperti vedevano ridurre l’intensità del dolore in modo statisticamente significativo rispetto a coloro con minore esperienza nella pratica (Coaccioli S. et al., manoscritto in preparazione).
Seppur in un quadro generale di ampie possibilità terapeutiche farmacologiche, la dimensione del dolore cronico – accresciuta da una sempre maggiore cronicità – può e dovrebbe perseguire “nuovi” approcci e trovare “nuovi” strumenti che sappiano sostenere, aiutare ed accompagnare coloro che soffrono.

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