Ci presentiamo

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Da questo numero iniziamo a presentare gli infermieri selezionati che hanno partecipato al bando promosso dalla Fondazione Paolo Procacci per costituire dei Gruppi di studio di infermieristica del dolore

Filippo Bozzi
Sono di Ancona e lavoro presso la Clinica di Anestesia e Rianimazione dell’AUO “Ospedali Riuniti” di Ancona ormai da 6 anni. Precedentemente ho lavorato per un solo anno in una RSA privata in zona. Ho aderito a questo gruppo di studio perché confrontandomi con altri colleghi durante i miei studi post laurea fuori dalla Regione Marche, ho potuto constatare come la pratica clinica sia in certi casi diversa da ospedale a ospedale: credo vivamente nella condivisione delle idee e delle esperienze per un miglioramento continuo, e spero in una sanità identica in tutta la penisola. Quindi, perché non confrontarsi in maniera più costruttiva? All’interno del reparto dove lavoro, il dolore è sicuramente trattato il più delle volte in maniera serie e scrupolosa, ma non posso dire lo stesso degli altri nello stesso ospedale: soprattutto in quelli a bassa intensità di assistenza, il dolore viene sottovalutato o, peggio, mal valutato e, di conseguenza gestito in maniera approssimativa, con farmaci non adatti al contesto e al livello percepito dal paziente. La discussione tra tutti i componenti sarà sicuramente interessante e farà emergere le raccomandazioni migliori per il trattamento uniforme e condiviso di un sintomo importante come il dolore.

Santina Gavagni
Lavoro all’Azienda Ospedaliera di Parma, sono un’infermiera dedicata all’assistenza al paziente con IMA acuto e sono anche la
referente per la formazione del personale dell’U.O. UTIC presso il Dipartimento chirurgico generale e specialistico. Sono attualmente impegnata nel progetto di ricerca su “alleanza per la prevenzione secondaria“. Vorrei rendere la persona consapevole del fatto che il dolore che prova non è inosservato dal professionista e fare in modo che il paziente  anche caregiver, si sentano parte attiva dek processo di cura. Credo che per curare bene il dolore sia importante prendere in considerazione gli aspetti socio- antropologici.

Paola Giussani
Infermiera coordinatrice di un’équipe multidisciplinare dell’associazione onlus Palma di Como, convenzionata con uno degli ospedali cittadini per l’assistenza specialistica territoriale cure palliative: «Il mio lavoro mi è sempre piaciuto, ma forse solo ora, nella “maturità“ ne apprezzo appieno il valore. Mi piace perché è un continuo imparare quotidiano. Il contatto con la finitezza e la terminalità e con il dolore delle persone ti fanno dare un senso alla vita e al lavoro che decisamente a vent’anni non si riesce a cogliere.  La mia esperienza riguarda il domicilio, quindi i problemi di cura e gestione del dolore sono legati non solo al paziente, ma anche a tutti il nucleo familiare, al domicilio bisogna infatti prendere in carico entrambi. Ho aderito al progetto dei gruppi di studio per avere dei confronti, perché il più delle volte ci si riconosce nelle fatiche e nelle difficoltà e questo mi sprona a trovare insieme soluzioni o percorsi comuni.»

Michela Marca
Sono la coordinatrice infermieristica della sala operatoria Week Surgery dell’Azienda Ospedaliera di Padova.  Ho lavorato per 29 anni come infermiera e sono diventata coordinatrice solo da tre mesi. Ho un’esperienza a 360°: dalla corsia medica a quella chirurgica, alla dialisi, alla radiologia. Inoltre ho già esperienza di sala operatoria perché nel lontano 1987 è stata la mia prima occupazione. Ho scelto questa professione per passione e devo dire che fra alti e bassi, mi ha dato molte soddisfazioni.  Ricordo fra tutte la frase di un paziente molto giovane operato per un carcinoma della laringe. Era superstizioso e io indossavo un paio di zoccoli viola. Salutandomi alla dimissione mi disse: “non mi dimenticherò mai quegli zoccoli viola!”. E anch’io ancora oggi non mi sono dimenticata di lui.
Sono queste parole che danno un senso al nostro lavoro. E allora si sopportano i turni massacranti, le notti e le festività senza i propri cari. Sono sempre stata molto sensibile alla tematica del dolore. In tanti anni ho visto troppe volte trattare il dolore, soprattutto quello oncologico, con superficialità e senza cognizione di causa. Un po’ da apprendisti stregoni. La paura dell’uso degli oppiacei spinge i medici a trattare il dolore con farmaci blandi che, in alcuni casi, creano uno stato di prostrazione tale al paziente, da toglierli addirittura la dignità. Per questo motivo, quando ho visto che ci sarebbe stata la possibilità di partecipare a un gruppo di studio sul dolore, ho immediatamente inviato la mia candidatura! Un saluto al gruppo di studio sul dolore e un buon lavoro a tutti!

Maria Pérez
Spagnola residente in Italia dal 2004. Da allora lavoro a Venezia, presso l’Ospedale San Raffaele Arcangelo, inizialmente in un RSA-Stati vegetativi, poi, dal 2006 presso l’hospice inaugurato lo stesso anno. Dal 2007 sono coordinatrice infermieristica dell’ospite. Ho aderito al gruppo di studio perché mi interessa l’argomento, è una preziosa opportunità di crescita e  per intrecciare nuovi rapporti. Dal mio punto di vista il dolore è un problema ancora presente in molte realtà nonostante siano stati fatti grandi progressi. Secondo me è fondamentale il lavoro che fanno fondazioni come la Fondazione Procacci e ritengo molto importante che i professionisti sanitari vengano sensibilizzati fin dall’università. Come proposta farei quella di creare un gruppo per la valutazione del  “dolore globale” .

Caterina Pianadei
Sono di Massa Carrara e la mia prima esperienza di un biennio di attività in hospice ha dato una decisa impronta alla mia impostazione professionale.
Nelle successive esperienze di lavoro non ho più trovato quella attenzione complessiva ai bisogni del malato e particolarmente alla tanto sbandierata o millantata cultura del dolore. Purtroppo ho visto ancora i malati soffrire in varie unità operative, sia in ambito medico che chirurgico.
Mi sembrerebbe opportuno rendere effettiva un’autonomia infermieristica nella gestione del dolore attraverso una sincronia di scelte e decisioni clinico- assistenziali, un po’ già attuato nel contesto delle cure palliative. C’è ancora tanto da fare, la strada è sicuramente ancora lunga e irta prima di scardinare le vecchie concezioni di totale dipendenza dell’infermiere dalle scelte mediche, ovviamente sempre che ci siano.
 Mi sembra che questa medicina difensiva ad oltranza, ormai attuata da tutti i medici, provochi unicamente dei danni ai pazienti.
“I have a dream”: un convegno sul dolore organizzato e gestito unicamente da infermieri non come sessione parallela o a fine lavori e con i medici ospiti. Utinam!
 Sarebbe infine a mio parere interessante sviluppare il problema della comunicazione con il paziente e il familiare, sia per una corretta conoscenza delle problematiche, sia per una scelta consensuale sul percorso di cura preferito dal malato, e per sapere come la stessa interferisca sulla compliance del paziente e del familiare.

Antonio Renda
Dopo un’esperienza lavorativa di 12  anni presso una casa farmaceutica, in qualità di tecnico di laboratorio nel reparto controllo qualità chimico, ho conseguito la laurea in infermieristica nel 2008 e ho cominciato come infermiere nell’ambito nell’emergenza per circa tre anni (triage, pronto soccorso e 118). Attualmente lavoro presso l’INRCA (Istituto nazionale di riposo e cura per anziani d’istituzione pubblica a carattere scientifico), sede di Casatenovo (Lecco) presso il dipartimento geriatrico riabilitativo a indirizzo pneumologia. Ho aderito al gruppo di studio perché credo nella necessità di un doveroso impegno nella ricerca,  sia personale che come gruppo professionale, affinché ci sia un continuo confronto e aggiornamento. La costante evoluzione della professione infermieristica necessita un allineamento continuo alla richiesta di salute e benessere. Ho potuto mettere in pratica alcune esperienze nel campo della ricerca avendo conseguito il master di I livello in ”Case manager in ambito geriatrico: organizzazione, assistenza e ricerca”. Il dolore è uno dei parametri vitali che non viene preso in considerazione in modo adeguato e che spesso siamo noi infermieri a dover gestire, con un confronto spesso problematico e di tipo collaborativo. Mi piacerebbe poter contribuire specificatamente su questa tematica, apportando una maggiore sensibilizzazione nella necessità di una sua giusta considerazione.

“Meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita.”  (Rita Levi Montalcini)