Fibromialgia e cannabis medica: il valore (spesso dimenticato) dell’educazione infermieristica

Uno studio italiano mostra come un breve intervento educativo possa migliorare consapevolezza e aderenza terapeutica nei pazienti

Un team dell’Università di Milano-Bicocca ha condotto uno studio qualitativo che mette in luce un elemento spesso trascurato nella gestione della fibromialgia (FM): il ruolo dell’infermiere come figura educativa nel percorso terapeutico, anche quando è in gioco la cannabis medica.
Pubblicata sul Journal of Cannabis Research, la ricerca di Giulia Martina Bassi, Valeria Giorgi e colleghi ha coinvolto 30 pazienti selezionati dall’Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica (AISF Onlus), molti dei quali avevano già provato senza successo diverse terapie farmacologiche. Una parte dei partecipanti assumeva o aveva assunto cannabis terapeutica, mentre altri erano interessati a intraprenderla.
Ogni paziente ha partecipato a una sessione educativa di 30 minuti via videoconferenza, condotta da infermieri formati sul tema. L’intervento mirava a colmare lacune informative su sintomi, strategie di autogestione e uso corretto della cannabis medica, inclusi dosaggi, effetti collaterali e modalità di assunzione. Prima e dopo l’incontro, i partecipanti hanno compilato questionari validati (FIQR, A-14, e CGI-I) per valutare gravità dei sintomi, aderenza e percezione del miglioramento.

Una malattia “invisibile” e un bisogno di ascolto
Dalle interviste è emersa una storia comune di stigmatizzazione e scarsa fiducia nel sistema sanitario: molti pazienti riferivano di essere stati etichettati come “malati immaginari” o “lamentosi”, e di non aver ricevuto spiegazioni chiare sulla patologia. La maggioranza aveva dovuto affrontare percorsi diagnostici lunghi e frammentati, spesso senza riconoscimento ufficiale della malattia da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Inoltre, due terzi dei partecipanti non avevano mai ricevuto la proposta di un trattamento con cannabis medica, nonostante anni di terapie inefficaci. I costi elevati e la riluttanza di molti medici di base – dovuta a pregiudizi o scarsa conoscenza normativa – rappresentano barriere ancora significative.

Risultati incoraggianti
Dopo l’intervento infermieristico, si è osservato un miglioramento statisticamente significativo nei punteggi del Fibromyalgia Impact Questionnaire Revised e nella scala di aderenza A-14 (p < 0.05). Il 50% dei partecipanti ha riferito un miglioramento soggettivo del proprio stato generale, e quasi tutti hanno sottolineato il valore di sentirsi finalmente ascoltati e compresi. Secondo gli autori, l’intervento — pur breve e condotto a distanza — ha contribuito ad aumentare la fiducia dei pazienti e la loro capacità di gestire la terapia, in linea con le raccomandazioni EULAR sul ruolo dell’educazione nella fibromialgia.

Verso un approccio integrato
Gli autori concludono che l’infermiere, dotato di conoscenze specifiche su fibromialgia e cannabis terapeutica, dovrebbe essere parte integrante del team multidisciplinare, dall’esordio diagnostico fino alla gestione a lungo termine.
Il lavoro invita inoltre a maggiori investimenti nella formazione degli operatori sanitari sulla cannabis medica, ancora troppo poco conosciuta nel contesto clinico italiano.

“Trenta minuti di ascolto informato possono fare la differenza nella vita di un paziente cronico”, scrivono gli autori.
“L’educazione non è un complemento della cura: è parte della terapia stessa.”

Bassi GM, Giorgi V, Lazzarin M, Meanti R, Omeljaniuk RJ, Sarzi-Puttini P, Torsello A. Symptom management, adherence to therapy, and filling the gaps of medical cannabis therapy: a qualitative study on the importance of nursing consultations for fibromyalgia patients. J Cannabis Res. 2025 Oct 29;7(1):84. doi: 10.1186/s42238-025-00346-z. PMID: 41163201; PMCID: PMC12574258.