La crescente diffusione degli animali da compagnia nei contesti domestici rappresenta un ambito di rilevante interesse per la ricerca biomedica, in quanto configura l’ambiente domestico come un ecosistema microbiologico condiviso. La revisione pubblicata su Advancements in Health Research analizza in modo sistematico le evidenze relative al trasferimento bidirezionale di microrganismi tra esseri umani e animali da compagnia, evidenziandone le implicazioni per la salute immunitaria, metabolica e gastrointestinale.
L’ipotesi microbiotica, evoluzione del precedente paradigma igienico, costituisce il quadro teorico di riferimento: la diversità e composizione del microbiota intestinale, fortemente influenzate dalle esposizioni ambientali, giocano un ruolo determinante nello sviluppo e nella regolazione del sistema immunitario . In tale contesto, la coabitazione con animali da compagnia emerge come un fattore capace di modulare significativamente il microbiota umano.
Le evidenze disponibili indicano che la condivisione microbica avviene attraverso molteplici vie, sia dirette (contatto cutaneo, leccamento) sia indirette (ambiente domestico contaminato, esposizione a feci animali). Studi basati su tecniche di sequenziamento hanno documentato una convergenza dei profili microbiotici tra individui coabitanti e i loro animali, coinvolgendo sia il microbiota cutaneo sia quello intestinale. Tale trasferimento non riguarda esclusivamente microrganismi commensali, ma include anche patogeni e geni di resistenza antimicrobica, configurando l’ambiente domestico come unità epidemiologica rilevante.
Dal punto di vista compositivo, l’esposizione agli animali è associata, in particolare nelle prime fasi della vita, a un aumento della diversità microbica intestinale e all’arricchimento di taxa considerati benefici, tra cui Ruminococcus, Oscillospira e Lactobacillus . Parallelamente, si osservano riduzioni relative di gruppi batterici associati a disbiosi o infiammazione. Queste modificazioni sembrano avere rilevanza clinica: una maggiore diversità microbica in età precoce è correlata a una minore incidenza di patologie atopiche, sostenendo l’ipotesi di un effetto protettivo dell’esposizione precoce agli animali.
Le implicazioni immunologiche risultano tra le più consolidate. Meta-analisi e studi longitudinali indicano una riduzione del rischio di allergie e asma nei soggetti esposti ad animali durante la gravidanza o nei primi anni di vita, probabilmente mediata dalla produzione di acidi grassi a corta catena e da meccanismi di tolleranza immunitaria. Tuttavia, nei soggetti già sensibilizzati, l’esposizione può aggravare la sintomatologia, sottolineando la necessità di un approccio clinico individualizzato.
Oltre agli effetti immunitari, emergono associazioni tra possesso di animali e profili metabolici più favorevoli. Alcuni studi riportano una minore prevalenza di sindrome metabolica e obesità nei proprietari di animali, in parallelo a modificazioni del microbiota intestinale, quali la riduzione del rapporto Firmicutes/Bacteroidetes. Sebbene fattori comportamentali (ad esempio l’attività fisica nei proprietari di cani) possano contribuire, dati provenienti da popolazioni infantili e da studi familiari suggeriscono un ruolo indipendente del trasferimento microbico ambientale.
Permangono tuttavia criticità rilevanti sul piano della salute pubblica. Numerosi studi documentano la trasmissione intra-domestica di Enterobacterales produttori di β-lattamasi a spettro esteso (ESBL) e altri microrganismi resistenti agli antibiotici, con potenziale impatto clinico, in particolare nei soggetti vulnerabili. Nonostante ciò, le evidenze epidemiologiche non mostrano un aumento consistente dell’incidenza di infezioni gastrointestinali comuni nei nuclei familiari con animali, suggerendo un equilibrio complesso tra rischio infettivo e benefici immunologici.
Dal punto di vista metodologico, la letteratura è prevalentemente osservazionale e spesso basata su analisi di sequenziamento 16S rRNA, con limitata capacità di inferenza causale e di caratterizzazione funzionale. Variabili confondenti quali dieta, condizioni socioeconomiche e stili di vita risultano difficilmente controllabili, rendendo necessari studi longitudinali e approcci multi-omici.
Nel complesso, le evidenze disponibili supportano l’ipotesi che la convivenza con animali da compagnia rappresenti un determinante ambientale rilevante nella modulazione del microbiota umano, con potenziali effetti benefici su più domini della salute. Tuttavia, tali benefici devono essere bilanciati con adeguate strategie di igiene e stewardship antimicrobica.
Alla luce di questi risultati, appare opportuno promuovere ulteriori ricerche che integrino dati microbiologici, clinici e ambientali, al fine di chiarire i meccanismi causali e tradurre le conoscenze emergenti in raccomandazioni cliniche evidence-based. L’approccio One Health si conferma un quadro interpretativo fondamentale per comprendere le interazioni tra esseri umani, animali e ambiente e per orientare interventi di sanità pubblica sempre più integrati.
Corriero A, Giglio M, Al-Husinat L, Van Phong P, Tran YV, Varrassi G, et al. Hold my paw: the unseen exchange in our homes and its impact on health. Adv Health Res [Internet]. 2026 Apr. 22 [cited 2026 Apr. 27];3(1). Available from: https://www.ahr-journal.org/site/article/view/133
