Questa volta allarghiamo il focus del nostro sito dal dolore fisico alla sofferenza mentale segnalando l’articolo a cura di Giuliano Anastasi, Roberto Latina, Yari Longobucco, Alessandro Stievano, Stefano Bambi, pubblicato sul Journal of Nursing Scholarship.
Nel dibattito contemporaneo sulla salute mentale, poche questioni restano tanto controverse quanto l’uso delle misure coercitive e delle tecnologie di sicurezza nei servizi psichiatrici. È dentro questa tensione, tra tutela della sicurezza, diritti della persona e qualità della relazione terapeutica, che si colloca questo studio multicentrico. La ricerca offre uno spaccato sulle opinioni degli infermieri di salute mentale italiani rispetto a pratiche come la contenzione fisica e farmacologica, le porte chiuse nei reparti e l’impiego di sistemi di videosorveglianza o allarmi personali.
Il lavoro nasce da una constatazione che gli autori descrivono con chiarezza: i servizi psichiatrici sono ambienti ad alto rischio, nei quali aggressioni, autolesionismo e comportamenti violenti rappresentano una componente quotidiana dell’assistenza. La letteratura internazionale citata nello studio ricorda che fino al 75% dei pazienti ricoverati può essere coinvolto in episodi aggressivi e che gran parte degli operatori sanitari sperimenta forme di violenza verbale o fisica nel corso della propria attività professionale. Da qui la necessità, ancora oggi, di interrogarsi su quali strumenti siano ritenuti accettabili per garantire la sicurezza senza compromettere la dignità della persona assistita.
La ricerca ha coinvolto 707 professionisti italiani dell’area salute mentale – infermieri, coordinatori e operatori di supporto – reclutati attraverso una survey online distribuita su scala nazionale. Il campione, spiegano gli autori, riflette con buona approssimazione la distribuzione geografica della forza lavoro italiana in salute mentale, elemento che rafforza l’interesse dei risultati. Lo studio non si limita però a descrivere semplicemente le opinioni degli operatori: prova anche a capire quali fattori culturali, professionali e psicologici influenzino il giudizio verso le pratiche coercitive. Per questo il questionario ha incluso strumenti validati per misurare ansia, stress, stigma verso il disturbo mentale e livello di “umanizzazione” dell’assistenza.
Il quadro che emerge è complesso e, per certi aspetti, ambivalente. Le misure coercitive vengono considerate “moderatamente appropriate”, con valutazioni più favorevoli per la contenzione farmacologica e per le politiche di reparto a porte chiuse rispetto alla contenzione fisica. È un dato che riflette una trasformazione culturale già osservata in altri contesti internazionali: la contenzione fisica appare sempre più percepita come estrema ratio, gravata da implicazioni etiche e cliniche difficili da ignorare. Gli stessi autori richiamano il rischio di danni psicologici, lesioni fisiche e compromissione della relazione terapeutica associati alle pratiche restrittive.
Interessante anche il giudizio sulle tecnologie di sicurezza. Gli infermieri mostrano una maggiore accettazione verso sistemi di allarme fissi o portatili e verso la videosorveglianza, mentre body cam e metal detector suscitano più perplessità. Dietro questi dati si intravede il nodo centrale affrontato dallo studio: la tecnologia può aumentare la sicurezza, ma rischia anche di trasformare l’ambiente di cura in uno spazio percepito come custodialistico o sorvegliato. Gli autori insistono infatti sul fatto che le prove scientifiche sull’efficacia di questi strumenti siano ancora limitate e che restino aperte questioni legate alla privacy, all’uso improprio dei dati e all’impatto sulla relazione di cura.
Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro riguarda l’analisi dei fattori associati alle opinioni degli operatori. I coordinatori infermieristici tendono a giudicare meno appropriate sia le misure coercitive sia le tecnologie di sicurezza rispetto agli infermieri clinici. Inoltre, livelli più elevati di stigma verso la malattia mentale risultano associati a una maggiore accettazione delle pratiche coercitive. È un risultato particolarmente significativo perché suggerisce che la gestione della sicurezza non dipenda soltanto da protocolli o organizzazione dei servizi, ma anche dalle rappresentazioni culturali e dalle emozioni degli operatori.
Lo studio evidenzia anche un altro elemento di interesse per la professione infermieristica: gli operatori con maggiore esperienza in salute mentale tendono a valutare meno favorevolmente le tecnologie di sicurezza. Un dato che potrebbe indicare come l’esperienza clinica favorisca una maggiore attenzione agli effetti relazionali delle pratiche di controllo, oppure una più marcata fiducia nelle competenze comunicative e de-escalative rispetto agli strumenti tecnologici.
Nella discussione finale gli autori evitano posizioni ideologiche semplicistiche. Non propongono un rifiuto assoluto delle misure coercitive o delle tecnologie, ma sottolineano la necessità di un loro utilizzo rigorosamente proporzionato, eticamente fondato e sostenuto da formazione specifica. La direzione indicata è quella di una psichiatria sempre più orientata alla “least restrictive practice”, nella quale la sicurezza non venga perseguita a scapito dell’umanizzazione della cura. In questo senso il contributo di Anastasi e colleghi assume un valore importante anche per il contesto italiano: non solo fotografa le opinioni dei professionisti, ma mette in luce quanto il tema della coercizione resti profondamente intrecciato con cultura organizzativa, identità professionale e qualità dell’assistenza infermieristica.
Anastasi G, Latina R, Longobucco Y, Stievano A, Bambi S. Mental Health Nurses’ Perceived Appropriateness of Coercive Measures and Security Technologies in Psychiatric Settings: A National Cross-Sectional Study. J Nurs Scholarsh. 2026 May;58(3):e70097. doi: 10.1111/jnu.70097.
