Protocollo di intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute sull’arte come cura

È recentissima la firma di un protocollo di intesa tra i due ministeri. Una delle prime azioni sarà una mappatura dei diversi progetti esistenti, poi si tratterà di istituire il Comitato scientifico che si occuperà di monitorare i dati che arriveranno dai diversi progetti e iniziare la sperimentazione in alcuni Comuni pilota, con la collaborazione dei Musei del Ministero. Insieme alle Università e agli Enti di ricerca coinvolti si dovranno acquisire dati campione che potranno dare evidenze scientifiche dei benefici delle attività previste. Una volta dimostrato l’impatto positivo sulla salute delle persone, ma anche sull’economia, si potranno individuare i primi potenziali pazienti che potranno beneficiare di queste prescrizioni. I lavori preliminari che hanno portato al protocollo hanno preso in considerazione anche studi già condotti in Gran Bretagna che indicano come con questi progetti si è notata una riduzione del 37% di consultazione dei medici di base, del 27% di ricoveri ospedalieri e un ritorno economico che può arrivare fino a 11 sterline per ogni sterlina investita.
L’obiettivo è arrivare anche in Italia ad avere le prescrizioni sociali di cultura.

Come caso di studio citiamo l’iniziativa, promossa dal Cultural Wellbeing Lab e coordinata dalla Fondazione per l’Architettura di Torino, che ha coinvolto sette medici di base che hanno alternato le loro visite tra gli studi ordinari (SMO) e i nuovi Studi Medici ad Architettura Intensa (SMAI). Lo studio che ne è seguito è stato pubblicato su Recenti Progressi in Medicina, Vol. 115, N. 10, Ottobre 2024, con il titolo Studi medici nei luoghi di cultura e ad architettura intensa: come cambia l’esperienza della visita

Gli SMAI sono stati allestiti in cinque poli culturali d’eccellenza: Il Museo Egizio; Il Museo dell’Automobile (MAUTO); Il Parco Arte Vivente (PAV); La Biblioteca civica Primo Levi; Il Polo del ‘900. L’obiettivo della ricerca era valutare se l’inserimento in spazi caratterizzati da un’elevata qualità progettuale ed emotiva potesse umanizzare i luoghi di cura e migliorare l’esperienza della visita.
Lo studio ha adottato un disegno quasi-sperimentale, confrontando i dati di 564 pazienti “trattati” (visitati nei musei) con un gruppo di controllo di 266 pazienti visitati in studi ordinari. Attraverso la tecnica del propensity score matching, i ricercatori hanno isolato l’effetto dello spazio fisico sugli outcome misurati.

I dati più significativi emersi includono:

  • percezione del tempo: È stato registrato un aumento di 13,5 punti percentuali dei pazienti che hanno dichiarato di non aver sentito affatto il peso del tempo che passa durante l’attesa.
  • penessere post-visita: Ii benessere psicologico percepito dopo la visita è aumentato in modo statisticamente significativo (+3,2 punti su scala 0-100) nei luoghi di cultura.
  • target privilegiato: i benefici maggiori sono stati riscontrati nei pazienti over 60, l’unica categoria per la quale si è stimata anche una significativa riduzione dell’ansia percepita.

Nessun effetto significativo è stato invece rilevato sull’alleanza medico-paziente (misurata con la scala WAI). Gli autori ipotizzano che tale legame, essendo basato su un rapporto di fiducia consolidato negli anni, non possa essere modificato da una singola visita, seppur in un contesto straordinario.

Oltre il dato numerico, lo studio torinese ha aperto una riflessione deontologica e clinica fondamentale per il professionista sanitario moderno: il potere del “bello” non è un mero orpello estetico, ma un potente regolatore emotivo. L’architettura intensa agisce come un “terzo attore” nella relazione di cura. Se l’ambiente sanitario tradizionale spesso comunica isolamento e patologia, lo spazio culturale comunica appartenenza e vitalità. Per la mente umana, la bellezza architettonica e artistica funge da stimolo distrettore positivo: riduce l’iper-focalizzazione sui propri sintomi e abbassa i livelli di cortisolo legati all’ansia da prestazione clinica.

Per un medico, operare in un contesto di “architettura intensa” significa offrire al paziente una forma di accoglienza che va oltre la competenza tecnica. Significa riconoscere che la salute è, come suggerisce l’OMS, uno stato di benessere completo che non può prescindere dalla stimolazione intellettuale e sensoriale. In un’epoca di medicina sempre più digitalizzata e burocratizzata, riscoprire il valore dello spazio fisico può essere la chiave per una reale umanizzazione delle cure.

30 aprile 2026