L’editoriale “Pain first: rethinking early analgesia in emergency trauma care” di Luca Carenzo, Marius Rehn e Martin W. Dünser, pubblicato su Scandinavian Journal of Trauma, Resuscitation and Emergency Medicine (2026), propone una rivalutazione critica del ruolo dell’analgesia precoce nel trauma in emergenza, con particolare riferimento al contesto preospedaliero.
Razionale e inquadramento del problema
Gli autori muovono dalla persistente prevalenza dell’oligoanalgesia nei sistemi di emergenza, documentata da studi osservazionali anche in contesti sanitari strutturati. La discussione tradizionale sull’analgesia si è concentrata prevalentemente su indicatori di processo (somministrazione del farmaco, tipo di molecola, tempi di erogazione), trascurando esiti realmente centrati sul paziente, quali la riduzione clinicamente significativa del dolore, il controllo dell’ansia e del distress e la qualità complessiva dell’esperienza assistenziale. Il dolore acuto non trattato non rappresenta soltanto una fonte di sofferenza immediata, ma può anche compromettere la cooperazione durante soccorso e trasporto, amplificare la risposta allo stress e influenzare negativamente la memoria dell’evento di cura. Pertanto, gli autori propongono di considerare il sollievo dal dolore come outcome primario e non come intervento accessorio.
L’editoriale commenta due filoni di ricerca recenti pubblicati nella stessa rivista:
- L’impiego del fentanil transmucosale orale (OTFC), analizzato in uno studio osservazionale con attenzione alle differenze per età e sesso.
- L’utilizzo del metossiflurano inalatorio come strategia alternativa per l’analgesia precoce nel trauma.
I risultati suggeriscono che, con adeguata formazione e governance clinica, l’analgesia efficace può essere avviata già al primo contatto con il paziente, anche da parte di personale non medico. In particolare, non sono emerse differenze clinicamente rilevanti in termini di efficacia o sicurezza tra gruppi demografici, sostenendo un approccio equo e universalistico al trattamento del dolore.
Pur riconoscendo i limiti metodologici degli studi osservazionali (bias di selezione, documentazione incompleta, confondimento per indicazione), gli autori richiamano anche evidenze randomizzate che dimostrano la non inferiorità di strategie non endovenose rispetto a quelle endovenose nella fase preospedaliera, con il vantaggio di evitare ritardi legati al reperimento dell’accesso vascolare.
Un punto centrale dell’editoriale è l’affermazione che l’analgesia debba iniziare direttamente sulla scena dell’evento, in parallelo alle altre manovre salvavita. La prassi di posticipare il trattamento del dolore fino al completamento della valutazione clinica o all’ottenimento di accessi vascolari riflette una prospettiva centrata sul clinico piuttosto che sul paziente. Secondo gli autori, il riconoscimento del dolore come problema clinico legittimo è sufficiente per giustificare un intervento immediato, anche in assenza di una diagnosi completa.
Vantaggi strategici dell’approccio non endovenoso
L’assenza di necessità di accesso endovenoso rappresenta l’elemento qualificante comune alle strategie analizzate. Questo consente: avvio rapido del trattamento senza prolungare i tempi sulla scena, maggiore applicabilità in contesti con risorse limitate, utilizzo come “ponte” verso eventuale analgesia endovenosa o multimodale successiva.
- Nei bambini e nei pazienti con accesso venoso difficoltoso, l’analgesia transmucosale o inalatoria evita procedure dolorose aggiuntive, riduce l’ansia e facilita la cooperazione.
- Nelle situazioni con tempo di permanenza inferiore ai cinque minuti (es. traumi penetranti urbani), l’OTFC consente di iniziare il trattamento analgesico senza ritardare l’evacuazione.
- Nelle missioni HEMS e nel soccorso alpino, condizioni ambientali avverse e vincoli logistici possono rendere impraticabile l’accesso endovenoso. L’analgesia non EV favorisce la cooperazione del paziente, la sicurezza delle manovre e l’efficienza del recupero.
- In incidenti con numerose vittime, le formulazioni non endovenose presentano vantaggi logistici (stoccaggio, trasporto, distribuzione) e possono essere incluse in scorte strategiche per la risposta civile.
Implicazioni cliniche e prospettive future
Gli autori concludono che il problema non risiede nella disponibilità di opzioni terapeutiche, bensì nella persistenza della convinzione che il trattamento del dolore sia secondario rispetto ad altre priorità. La ridefinizione del sollievo dal dolore come outcome centrale e l’abilitazione alla sua erogazione sin dalle prime fasi dell’assistenza rappresentano passaggi fondamentali verso una medicina preospedaliera più efficace, equa e centrata sul paziente. Infine, viene auspicato il rafforzamento della base di evidenze attraverso studi randomizzati ben disegnati, con particolare attenzione a popolazioni sottorappresentate, come quella pediatrica, nelle quali l’analgesia precoce non endovenosa potrebbe offrire benefici specifici.
Carenzo, L., Rehn, M. & Dünser, M.W. Pain first: rethinking early analgesia in emergency trauma care. Scand J Trauma Resusc Emerg Med 34, 35 (2026). https://doi.org/10.1186/s13049-026-01571-y
