Valutazione del dolore nel paziente che si sottopone a TC encefalo

RIASSUNTO

iI tema del dolore ricopre un ruolo fondamentale nel panorama scientifico e sociale attuale.
Il “nuovo” Ospedale deve essere sì un luogo a misura d’uomo, centrato sulla persona e sulle sue esigenze, luogo della guarigione, della cura, ma anche un ambiente in cui farsi carico del disagio e del dolore cui i pazienti vengono sottoposti durante la loro permanenza. Molti studi sono stati compiuti in ambito infermieristico e psicologico, ma nulla che possa essere strettamente legato all’ambito radiologico. È con queste premesse che nasce l’esigenza di valutare/misurare il dolore nei pazienti che vengono sottoposti a indagine diagnostica e più nello specifico durante l’esecuzione dell’esame radiodiagnostico TC encefalo basale, una metodica diagnostica radiologica di prima istanza, soprattutto in ambito neurologico e, per numero di richieste, il miglior target procedurale di analisi. L’articolo descrive i dati raccolti in un campione di pazienti, provenienti dal solo Pronto Soccorso (A.O. Ordine Mauriziano e l’A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino), che in seguito a richiesta del medico di PS sono stati sottoposti a TC encefalo basale durante il periodo di osservazione, con età superiore a 40 anni.

Parole chiave: dolore procedurale, esame radiodiagnostico, scale valutazione dolore

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Il dolore nel paziente con deterioramento cognitivo: revisione integrativa della letteratura per l’applicazione nella pratica clinica italiana

RIASSUNTO
Background: sono molteplici gli strumenti pubblicati in merito alla valutazione del dolore nei pazienti geriatrici con deterioramento cognitivo.
Obiettivo: individuare e descrivere quale fra gli strumenti validati in lingua italiana sia il più idoneo, valido e affidabile per valutare il dolore in pazienti affetti da deterioramento cognitivo.
Metodi: è stata effettuata una revisione integrativa della letteratura avvalendosi delle banche dati Pubmed, CINHAL e Cochrane e utilizzando siti di interesse. Sono state descritte le caratteristiche psicometriche degli strumenti ottenuti.
Risultati: dei diciassette strumenti ottenuti dalla letteratura ne sono stati selezionati sette applicabili nella nostra pratica clinica in lingua italiana. Tali strumenti si avvalgono di indicatori osservabili dal personale sanitario al fine di determinare la presenza-assenza e l’intensità del dolore in pazienti geriatrici affetti da deterioramento cognitivo.
Conclusioni: diversi sono gli strumenti disponibili, validi e affidabili applicabili nella popolazione fragile affetta da dolore che possono essere utilizzati dagli infermieri italiani nella pratica corrente per questa specifica popolazione.
Parole chiave: geriatrico, Italiano, non verbalizzante, strumenti, valutazione del dolore.
Ricevuto il 20 giugno 2016
Accettato dopo revisione il 30 ottobre 2016

DOI: 10.19190/PNM2016.2ra67

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Riflessioni sul vivere e il morire

In questo numero di Pain Nursing Magazine, lo spazio riservato ai Gruppi di studio di infermieristica del dolore della Fondazione Procacci ospita una riflessione di Manuela Rebellato.
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Mi è stato chiesto di scrivere un’opinione, una qualunque su di un argomento di Geriatria a scelta ed ecco allora lo sconcerto da foglio bianco: sono innumerevoli le cose che si potrebbero e si dovrebbero scrivere, argomenti su cui interrogarsi e formulare coraggiosamente il pensiero e il proprio sentire.
Si è quindi affacciato alla mia memoria, prendendo forma e consistenza, il ricordo della rappresentazione teatrale de “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello, il tema di fondo rappresentato dallo stato di essere di un uomo che non riconosce più sé e neppure il proprio modo di guardare al mondo, alla propria vita e a quella degli altri: il suo medico gli ha comunicato che gli restano solo pochi mesi di vita a causa di un male devastante:
“…Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è cosí sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. Il sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. Il gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua… a queste noie… a tante stupide illusioni… insulse occupazioni… Sí, sí. Questa che ora qua è una sciocchezza… questa che ora qua è una noia… e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura… sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà… che gusto, queste lagrime… E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla… specialmente quando si sa che è questione di giorni.”
È un atto unico, tratto dalla novella Caffè notturno, ci sono l’Uomo e l’Interlocutore che si confrontano sul senso della vita: l’Uomo che sta per morire (il fiore rappresenta la metafora dell’epitelioma) e per il quale la vita assume un nuovo significato e impone un’attenzione intensa e rigorosa, e l’interlocutore che riproduce la condizione di normalità di chi si sente padrone del tempo, e si lascia trascinare e coinvolgere dai banali eventi quotidiani.
Quello che all’inizio è un dialogo presto scivola nel monologo dell’Uomo, in un dire a se stesso, egli si sente ormai solo più uno spettatore del mondo e ciò che cerca, vede e prova appartiene già a un mondo differente:“…Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego?”
Fin qui poco di nuovo, tutti sappiamo che alcuni beni si apprezzano solo nel momento in cui vengono irrimediabilmente perduti; ben oltre l’eccesso che di questa frase si è fatto, è comunque opportuno ammetterne la verità.
Quante volte però ci soffermiamo a pensare agli uomini col fiore in bocca che incontriamo, curiamo e di cui ci prendiamo cura? In fin dei conti molti di essi non hanno tantissimo tempo innanzi. Non propongo con queste righe una deriva relativamente pietistica né tanto meno l’odioso buonismo, ma suggerisco la riflessione che noi spesso rappresentiamo per il paziente, l’Interlocutore del Pirandello e come tale veniamo posti sotto la lente, i particolari mancanti vengono immaginati sino ad acquisire caratteristica di verità:
“…Attaccarmi cosí – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata…”
“…Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla…”
“…Ma è che certi richiami d’immagini, tra loro lontane, sono cosí particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze cosí singolari, che l’uno non intenderebbe più l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di piú illogico, spesso, di queste analogie…”
Nella rappresentazione del Pirandello accade che l’Uomo dal fiore in bocca raffiguri la vita, seppure il tempo scorra ed egli sappia di averne poco non perde un solo istante, attento ad ogni colore a ciascuna emozione, al singolo pensiero, a fermare e dilatare l’attimo; l’Interlocutore, preso dai suoi piccoli affanni quotidiani, si limita a sopravvivere lasciandosi scorrere addosso il tempo e le cose, trascinato dalla propria incuranza, si avvia verso l’insipienza esistenziale e con altrettanta non curanza diventa egli stesso la rappresentazione della morte.
“E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. All’alba, lei può fare la strada a piedi. Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò […]. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando […]. Buona notte, caro signore. “

Manuela Rebellato
Responsabile Counselling, Ospedale a Domicilio. Geriatria, UVA, Cure intermedie-Post Acuzie
AOU Città della Salute e della Scienza, Torino, Presidio Molinette

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Il caregiver familiare e la gestione del dolore oncologico nelle cure di fine vita

RIASSUNTO
Introduzione. La gestione del dolore, unitamente alla gestione di altri sintomi, rappresenta una delle maggiori criticità da affrontare da parte dei caregiver familiari che si occupano dei pazienti neoplastici, in particolare durante la delicata e difficile fase del fine vita (End of Life, EoL). La sua inefficace gestione, correlata a gap informativi e formativi degli stessi, può determinare senso di inadeguatezza. Lo scopo della presente revisione è quello di sintetizzare e comprendere le criticità maggiormente descritte in letteratura da parte dei caregiver familiari per il management del dolore.
Metodi. È stata realizzata una revisione narrativa della letteratura negli ultimi venti anni (1995-2015), utilizzando le banche dati CINAHL, Pubmed, Nursing Reference Center, Ovide®SP, includendo gli studi che hanno analizzato le criticità incontrate dai caregiver nella gestione del dolore dei propri cari in EoL.
Risultati. Sono stati ottenuti n. 23 articoli eleggibili relativi al tema, di cui scelti n. 12. La maggior parte degli articoli ha evidenziato differenti gap informativo-formativi in merito alla gestione del dolore, in particolare all’uso dei farmaci analgesici. Le informazioni e le conoscenze di base dei caregiver risultano essere insufficienti e non adeguate nel garantire un trattamento efficace del dolore del proprio caro. Infatti in molti casi, quando inadeguatamente gestito, può generare un senso di impotenza e depressione nel caregiver stesso.
Conclusioni. La gestione farmacologica del dolore nei pazienti in EoL risulta essere una delle maggiori criticità da limitare. Carente la letteratura italiana. Sono auspicabili programmi educativi nei confronti dei caregivers affinché si limiti la sofferenza nei pazienti terminali ed il senso di impotenza da parte dei loro cari.

PAROLE CHIAVE: dolore oncologico, fine vita, caregiver familiare, educazione

Ricevuto il: 14 luglio 2015
Accettato il 31 agosto 2015

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L’educazione terapeutica: educare per curare meglio

RIASSUNTO
L’evoluzione dei rapporti curanti-paziente, con l’evidenziazione e l’affermazione di un nuovo ruolo del paziente relativo ai suoi diritti di poter scegliere cosa è meglio per lui, ha portato a un nuovo livello bioetico di fondo che si riflette in nuovi modi di concepire e stabilire i rapporti tra chi cura e chi riceve le cure.
Il Consenso Informato rappresenta certamente l’espressione del diritto di ogni uomo di poter compiere una scelta relativa al proprio corpo e alla propria persona, ma spesso queste scelte richiedono un livello di competenza non sempre accessibile a tutti. L’Educazione Terapeutica, all’interno del rapporto paziente-curanti, diventa perciò parte integrante del percorso di cura, sia come obiettivo per tutelare il diritto a decidere della persona, sia come strategia per facilitare la sua partecipazione attiva.

Parole chiave: educazione terapeutica, relazione di cura, cronicità

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